Sono stato a Sinnova, e vi spiego perché è una figata

le mie impressioni sulla fiera dell’innovazione sarda

Esiste una legge non scritta, nel mondo di Internet, e non solo per la verità, che afferma: se parli male di qualcosa venderai di più.

Ebbene, oggi mi preparo a violare questa legge, parlando bene di qualcosa. Nello specifico mi riferisco a Sinnova. E per chi tra voi venisse dalla Val Brembana, vi spiego che si tratta della principale fiera dedicata alla tecnologia e alle imprese, organizzata da Sardegna Ricerche.

Sono anni che mi reco a questa fiera, e l’ho sempre vista crescere. Queste parole sono rivolte soprattutto a chi non l’ha mai visitata. L’evento si svolge nella Manifattura Tabacchi, un luogo che le generazioni più anziane di Cagliari ricorderanno perché ci hanno lavorato migliaia di “sigaraie”. In queste amplissime stanze, in una struttura oggi parzialmente non ancora aperta (c’era persino la cappella), una volta trovavano posto migliaia di persone intente a lavorare il tabacco. E dov’erano macchinari che non sfigurerebbero in un’opera steampunk, oggi ironicamente campeggia il cartello “vietato fumare”, in immensi spazi che per la maggior parte dell’anno restano vuoti.

Le stanze della Manifattura Tabacchi, ieri…
…E oggi, almeno quando non c’è nessuno

Sinnova insieme ad un’altra manciata di eventi dà linfa ad un’area che onestamente avrebbe bisogno di un utilizzo più frequente. Ma su questo avremo, eventualmente, modo di tornare in seguito.

Quello che mi interessa raccontare è la grande quantità di aziende, ben 104, che erano presenti all’evento. Aziende che classificherei in un paio di filoni: da una parte le classiche, che fondano il loro core businnes su settori tradizionali come edilizia, artigianato o simili, e dall’altra quelle più moderne, impegnate nel campo di hardware, software e altro ancora.

Eppure questa fiera dimostra che la voglia di innovarsi c’è ovunque.

L’ho vista per esempio nell’edilizia, davanti a dei mattoni costruiti, pensate un po’,  con gli scarti del latte. E che dire degli occhiali portati dai nostri nonni, i cosiddetti “occhiali cerchiati di corno”? Bene, ho avuto l’opportunità di fare due chiacchiere con un ragazzo molto simpatico che realizza da solo montature di occhiali, proprio sulla base di corna di tori. L’artigianato scopriva nuovi settori, per esempio grazie al settore ormai quasi inflazionato, delle stampanti 3D. Qui un’azienda dava la possibilità di creare action figure personalizzate, anche di sé stessi. È sufficiente infatti sedersi all’interno di uno scanner, e avere una precisa rappresentazione della propria persona a 360 gradi. Col rischio di qualche delusione sul proprio aspetto naturalmente, ma lì non si può dare colpa alla macchina.

creare un’action figure di sé stessi può servire solo per divertirsi, ma vuoi mettere l’emozione di collocarsi nel presepe a Natale?

 

Non posso esimermi da un commento sulla realtà virtuale, opportunità che ho avuto modo di provare a fondo in quest’occasione. Dapprima col Playstation VR, offertami da un’azienda, e poi con un visore più modesto collegato a un telefono, propostomi da un’altra. Se col Vr e i controlli avevo la possibilità di girare liberamente, nel secondo caso invece dovevo solo stare fermo perché la situazione si muoveva su binari e potevo solo muovere la testa. Ho esplorato un nuraghe e una galleria d’arte, e poi un intero villaggio nuragico affollato di persone vive e in movimento. Certo qualche miglioramento grafico si potrebbe ancora apportare; ma immaginiamo l’effetto su una persona non ancora avvezza a queste tecnologie, su un bambino capace di meravigliarsi o all’opposto su un anziano. Niente di strano quindi che pian piano queste tecnologie facciano presa e si diffondano anche nei musei, luogo tradizionale per eccellenza finora.

La meraviglia è l’emozione più forte per chi prova questi dispositivi, anche se visti da fuori sembrano persone strane o un po’ folli.

Sotto il profilo delle novità tecnologiche oltre ai visori, applicati in una pletora estremamente vasta di contesti, e alla  stampa 3D, dominavano i droni. Anche qui usati per compiere riprese, ricognizioni ambientali e altro ancora. Numerose e interessanti anche le idee sul fronte IA, tra cui una che si propone di funzionare in modo simile a quelle più blasonate di Google e Amazon o Apple. Ma forse il prodotto più sorprendente è stato un guanto sensoriale per non vedenti, in grado di riconoscere oggetti marchiati con un codice e descriverli.

Insomma la novità è ovunque, e la più grande figata è questa.

C’è anche qualche punto che vorrei mettere in evidenza.

Prima di tutto, l’assenza innegabile di novità vere. Ovvero, sì c’erano tantissime nuove aziende, nuovi prodotti, ma nessuno poteva definirsi una novità completa al 100%. La maggior parte delle proposte rielaborano cose già esistenti. Come droni, e visori, già presenti da molto tempo sul mercato. Insomma si sente il desiderio di qualche vera invenzione, qualcosa che cambi il mondo. E se è difficile, non dimentichiamo che in Sardegna l’Internet commerciale l’abbiamo praticamente inventata noi.

Il secondo punto importante riguarda le numerose conferenze che ho ascoltato in quei due giorni: Intelligenze Artificiali, comunicazione, lavori del futuro. Ecco un concetto che è stato costantemente ripetuto è che per andare avanti bisogna essere costantemente formati. Molti lavori spariranno e ne compariranno di nuovi, siamo una generazione dove i bambini delle elementari di oggi si troveranno probabilmente in un mondo completamente diverso da grandi. Non c’è quasi spazio per la stasi, per la mancanza di cambiamenti. Anzi, la perdita della propria attività è accettata pienamente, come mostrava il titolo di uno degli ultimi interventi, “sbagliando Sinnova”, con Andrea Dusi, autore del libro “come far fallire una start up e vivere felici”. Il fallimento non è certo la fine di tutto.Anzi può essere un’occasione per migliorare. E dato che comunque nessuno vuole davvero fallire, Dusi ha dato anche alcuni consigli utili: creare un gruppo di lavoro valido, studiare molto, e via dicendo.

Una provocazione o effettivamente un libro con consigli utili? Prima o poi ne parlerò

Eppure forse non è facile abituarsi alla possibilità di doversi costantemente reinventare per natura. Se nella generazione precedente alla mia si imparava un mestiere, quello restava per tutta la vita. La figura dell’imprenditore, vero e proprio eroe moderno, anche perché crea lavoro, poteva essere vista una volta come un eccezione. Ecco il più grande simbolo di questo cambiamento era proprio la Manifattura e l’evento stesso. Un secolo fa qui c’era una sola azienda e centinaia di di dipendenti. Oggi, centinaia di aziende, ciascuna con un numero variabile, ma spesso ridotto, di personale. L’occupazione cresce, ma in modo diverso, e il trend sembra essere questo. Anche se  Amazon e Apple dimostrano ancora che le grandi aziende esistono. Con tutto un carico di problemi etici sul lavoro e cattiva condotta fiscale, ma questo è un altro discorso.

Eppure la figata è respirare il futuro, rendersi conto che è adesso. Perché il cambiamento vuol dire vita. E di fronte a robot, droni, e addirittura un intervento su un futuro “linguaggio universale”, comprensibile a tutti e che potrebbe arrivare in futuro, viene sicuramente da esaltarsi. Tutto questo mentre risaltava l’intervento di Massimiliano Secchi, una persona che pur avendo perso gli arti dalla nascita o forse in virtù di questo, trasmette positività ed entusiasmo.

Un frame dell’intervento di Massimiliano Sechi dal canale YouTube di sinnova; vi consiglio di vederlo per intero.

Ecco, “le più grandi leve del nostro agire sono due”, come ha spiegato lui: “la paura, e l’entusiasmo”. Da tenere in costante equilibrio. E si sente che il cambiamento potrebbe essere davvero in positivo, per chi lo vivrà nel modo giusto.

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